GIUDIZIO AL FILM: 




“The Great Gatsby”; di BAZ LUHRMANN; con LEONARDO DiCAPRIO, CAREY MULLIGAN, TOBEY MAGUIRE, JOEL EDGERTON, ISLA FISHER, JASON CLARKE, ELIZABETH DEBIZCKI, GEMMA WARD, AMITABH BACHCHAN, RICHARD CARTER, JACEK KOMAN, VINCE COLOSIMO, MAX CULLEN; drammatico; USA/ Australia, 2013; durata: 143′.
1922. Lasciato il Midwest, Nick Carraway (Tobey Maguire) arriva a New York, dove ritrova la cugina Daisy (Carey Mulligan), che vive al di là della baia con il ricco marito Tom Buchanan (Joel Edgesrton). Accanto a Nick vive il misterioso Jay Gatsby (Leonardo DiCaprio), famoso per le sue feste sfarzose, che subito anima la curiosità del nuovo arrivato. Quando finalmente avrà occasione di conoscerlo, l’ignaro Nick verrà catapultato in un mondo di ricchezza, illusioni e infingardaggine, specie quando scoprirà la complessa e sfortunata storia d’amore tra Gatby e Daisy, destinata a finire in tragedia.
È la quarta trasposizione (la quinta, se si conta anche il TV-movie con T. Stephens e M. Sorvino) del celeberrimo romanzo di Francis Scott Fitzgerald (1925), già portato sullo schermo con le versioni del ’26, del ’49 e la più celebre del ’74 (elegante ma inamidata, sceneggiata da Coppola e con la coppia Redford-Farrow). Per questa nuova trasposizione, l’australiano Baz Luhrmann (come di consueto anche co-sceneggiatore e co-produttore) affronta la difficile materia in estrema libertà, con lo stile personale e postmoderno che lo contraddistingue; il suo “Gatsby” è infatti un rutilante e caleidoscopico film di traboccante densità audiovisiva, girato, montato e caricato con grande estro ipertrofico di immagini, suoni e colori: panoramiche ad effetto, zoomate vorticose e ampie vedute a volo d’uccello, ambientazioni di grande opulenza visivo-cromatica dal gusto glamour e barocco (con scintillanti incursioni nel kitsch-camp), maestose scenografie e sontuosi costumi (entrambi curati dal premio Oscar Catherine Martin, moglie del regista), ammalianti trucchi ottici ed un uso del digitale senza freni inibitori (con tanto di 3D ad accentuare gli avvolgenti giochi di luci e di forme, tra cui quello ricorrente delle parole scritte fluttuanti sullo schermo); il tutto ritmato e accompagnato da una colonna musicale di vertiginoso anacronismo (dal rock al rap, dal pop all’hip-hop) che include brani di Lana Del Rey, Florence and the Machine, Beyoncé e Jay Z. Così, tra continui cambiamenti di tono (concitate ed affollate sequenze festaiole, momenti di buffo umorismo, scene di disilluso romanticismo, qualche rallentamento non solo nella seconda parte) e numerose scelte in libertà, con un Carraway scrittore che ricorda il McGregor di “Moulin Rouge!” e l’immagine ricorrente di due grandi occhi su sfondo blu (immagine che rimanda alla copertina della prima edizione del romanzo) come impotente sguardo simil-orwelliano sulla tragedia, il coinvolgimento procede a sprazzi tra alti e bassi, puntando sull’emozione diretta e toccando alcuni dei temi fondamentali del testo originale (la solitudine del protagonista, l’incomunicabilità in una società indolente e negligente). Ma in tutto questo, il principale quesito e punto chiave sta in ciò che più di tutto ha fatto storcere il naso anche alla platea di Cannes, che gli ha riservato un’accoglienza fredda e senza applausi: che c’entra uno stile così saturo, ridondante e strabordante con Fitzgerald ed il suo Gatsby? Effettivamente, se lo si prende come rivisitazione modernizzata dell’immortale romanzo è probabilmente un film poco riuscito, una rilettura sfacciata e gonfiata il cui stile sovreccitato cozza non poco con il materiale d’origine, provocando una sazietà che colpisce ma non travolge; se invece lo si vede come un film di Luhrmann, il cui talento, tra alti (“Moulin Rouge!”) e bassi (“Australia”), è comunque sempre inseparabile dagli eccessi, potrebbe anche risultare un’ambiziosa, audace, creativa e godibile operazione di “restyling” coerente con il suo cinema; ma questa seconda opzione appare decisamente modesta, riduttiva e semplicistica quando alla base c’è un romanzo di tale portata, pilastro della letteratura americana anni Venti mitico non soltanto per le tematiche espresse, così difficili da restituire con corrispondente incisività (il grande discorso di critica sociale sulla natura umana tra successo e caduta, purezza e ignavia), ma proprio anche per essere da sempre riconosciuto come uno dei più importanti specchi di quell’epoca jazz così splendidamente definita ed evocata. Insomma, Fitzgerald non è “Moulin Rouge!”, e nonostante i passaggi azzeccati e una confezione lussuosa, questa volta l’approccio non ha la stessa travolgente efficacia, faticando ad adattarsi alla materia e fagocitandone parte dei contenuti, trasfigurandone (con stile, ma discutibilmente) le sensazioni. Il protagonista DiCaprio, comunque, mette a segno un altro ruolo centrato, riuscendo ad esprimere le tragiche contraddizioni di Gatsby con giusta sottigliezza e vibrante magnetismo. Meno incisivo il co-protagonista Tobey Maguire, fuori parte la di solito convincente Carey Mulligan. Al botteghino, comunque, sta funzionando eccome: costato 105 milioni di dollari, solo in USA nel primo weekend ne ha già incassati oltre 50 milioni, diventando ad oggi il maggior incasso del regista.





